07 Luglio 2020
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La superficie chiassosa delle cose

14-09-2015 - 190,02 KB - Costruzione Sociale del Razzismo , Editoriali
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Segnali, anche molto vicini geograficamente e politicamente, molto simili agli spot pubblicitari, ci avvertono. Sarà meglio non nascondersi che invece di preoccupare riceve molte adesioni lo spot che promette questo tipo di trattamento: "Siamo dovuti partire dalle basi: dall´utilizzo di forchette e coltelli, alle regole della raccolta differenziata, dall´educazione ad indossare magliette e scarpe alle regole per lavarsi e utilizzare servizi igienici e docce". E´ importante e urgente rendersene conto, per evitare illusioni illuministiche, secondo le quali basta mostrare queste dichiarazioni e rendersi conto di cosa significa mostrare l´addomesticato che lecca la mano che lo sta disciplinando (e che a sua volta lecca la mano di chi lo paga), per cominciare a sovvertire queste tendenze. Non è così. E´ necessario rendersi conto che l´accettazione di questa immagine dell´africano passivo, oggetto di intervento "civilizzatore", incapace di esprimere un orientamento, è gradita a una maggioranza, non soltanto "di destra". Non viviamo in un´epoca minoritaria, in cui le idee di giustizia agitate da gruppi attivi vengono rapidamente fatte proprie e rielaborate dalla maggioranza. Anzi, i rapporti di forza oggi sono tali che tali minoranze vengono di nuovo vissute come marginali e sospette. Competenza, intelligenza, fantasia (l´esatta fantasia del dissenziente, come diceva qualcuno), concreta capacità di critica sono di nuovo segni sicuri di devianza. Non l´abbiamo detto abbastanza negli ultimi anni, quando il gruppetto di supersinistra ci avvertiva: sì, dedichiamo una serata alla discussione sulle politiche migratorie, ma, mi raccomando, non troppo impegnative; il giornalista che è andato a intervistarli, e poi subito la musica, la cena etnica. Non si trattava di idiosincrasie di oppositori di provincia, ma di una indicazione da interrogare. Fa fatica, abbandonare schemi di comprensione. Il più duro a morire, e quindi da non mettere in discussione, è quello che vuole chi viene da fuori oggetto, nel migliore dei casi, di politiche, che sono poi le nostre. Gli concediamo i diritti perché siano meno ricattabili sul lavoro, mi diceva una buona e brava signora con un bel pedigree politico alle spalle e davanti. Difficile tentare di farle capire che i diritti non glieli concediamo: ci sono o non ci sono, si riconoscono o no. E che il portatore di diritti ha diritto di voce, cioè di parlare senza cominciare col ringraziare chi lo ha ammesso a ringraziare. Certo, non abbiamo con la dovuta cocciutaggine contrastato slogan che riproponevano pigramente il discorso del nemico. Mi capita ogni giorno di vedere persone rispettabili meravigliarsi se gli chiedo: "perché hai bisogno di accoppiare "diritti e doveri" nello stesso discorso? perché dici legalità? Cosa ci guadagni, rispetto alla possibilità di dire giustizia sociale, o giustizia e basta, o diritti?".
Ci hanno salvato da queste etichette demenziali voci minoritarie, a volte profetiche, come quelle di Simone Weil o di Vladimir Jankelevitch; o, più vicine a noi, e con toni a volte analitici, altra narrativi, quella di Luca Rastello, per citare una cara presenza che da poco non c´è più. Ma non è una sconfitta definitiva, è un pendolo. Ci sarà, un altro Germinale. E sarà stato importante, aver lavorato a far sopravvivere voci che solo l´esilio faceva sentire come profetiche, ma che l´esperienza del riscatto quotidiano avvertiva come sane indicazioni per l´uso. Le minoranze ritorneranno a essere una fonte di innovazione e mutamento sociale, in modi nuovi e inattesi si coaguleranno pratiche, influenze, stili di vita oggi repressi; non sapremo come, quando, per quanto tempo ciò avverrà. Ma la storia ci insegna che avverrà, e che sarà stato produttivo avere immaginato come lavorare per tempo, come scavare sotto la superficie chiassosa delle cose, come scommettere sulla sconfitta dell´adeguazione delle vite alle offerte della propaganda.

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